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martedì 22 maggio 2018

Recensione - Il maestro delle ombre - di Donato Carrisi



IL MAESTRO DELLE OMBRE
Di Donato Carrisi
Copertina flessibile: 359 pagine
Editore: Longanesi
Libri precedenti della saga dei penitenziari: Il cacciatore del buio, Il tribunale delle anime



TRAMA

Fu il primo dei tribunali della curia romana ecclesiastica, ed è istituito per le questioni di coscienza. Le sue origini risalgono al XIII secolo, quando per autorità di Innocenzo IV i penitenzieri di Roma si costituirono in collegio sotto la presidenza di un cardinale. Il suo potere giurisdizionale variò secondo i tempi, ma è certo che la Penitenzieria si sia occupata e continui a occuparsi di cose oscure, indicibili e pericolose. Come fu in epoca controriformista per le suppliche dei condannati a morte per stregoneria. La Santa Penitenzieria Apostolica è anche altrimenti conosciuta come: il tribunale delle anime. È qui che bene e male giocano la loro partita con il destino degli uomini. Il tribunale infatti si occupa dell'archivio criminale più imponente che esista al mondo, quello delle confessioni dei peccati più gravi. E per questo che esistono i penitenzieri: sono loro la presenza segreta su molte scene del crimine, sono loro che sono alla costante ricerca di ciò che l'occhio di un semplice detective non può scorgere. Un'anomalia.

RECENSIONE

Ho deciso di leggere Donato Carrisi un po’ perché è uno degli autori italiani apprezzati anche all’estero, e soprattutto perché mi era stato consigliato da un’amica. Il suo non è proprio il mio genere preferito, quindi, oltre all’elemento “thriller” non avevo esattamente idea di cosa aspettarmi da questo libro.
Da pareri scambiati con altri lettori di Donato Carrisi, più di qualcuno ha avuto la sensazione, in alcuni momenti, di essersi imbattuto in scene già viste in almeno un paio di film; io invece, in un momento particolare, ho avuto la sensazione di respirare l’atmosfera effimera, trasognante e pazzesca di Shining di Stephen King:

“Erano scatti in bianco e nero di veglioni del passato. Gli ospiti in smoking e abito da sera indossavano le maschere rinascimentali, dando vita ad un piacevole miscuglio di epoche e stili. Danzavano nella sala da ballo illuminata. A Marcus sembrò di sentire l’eco del jazz dolce e ritmato dell’orchestra. Alcuni invitati fumavano ai tavolini, altri bevevano champagne…”

Le trame non sono infinite e, se a tratti la storia mi ricorda qualcosa che già conosco, purché non veda ombra di scopiazzatura, non mi da fastidio. Anzi, far associare mentalmente al lettore ciò che si sta leggendo con qualcosa di già noto, aiuta a ricreare più rapidamente lo stato d’animo in cui l’autore intende trattenerci.
Ammetto che non mi sono fatta trascinare subito da questo libro, non è esattamente il mio genere preferito, eppure sin dall’inizio ho fatto fatica ad interrompere la lettura.

“Facevano sempre così: prima si ravvedevano, ed erano sinceri, ma per spingerli a ricominciare bastava una cosa sola. Il perdono. Il perdono era il più grande nutrimento per la tentazione.”

Donato Carrisi ti strega mentre aumenta la quantità di pagine sfogliate, quando soffermandoti a pensare a quanto appena letto, ci si rende conto di come sia complicato l’intreccio in cui l’autore non perde mai il bandolo della matassa.

“L’esistenza è una catena di eventi, si disse Sandra, e se non si impara ad accettare quelli dolorosi, non si ottiene alcuna felicità come ricompensa.”

Io non apprezzo particolarmente le storie con narratore onnisciente, avrei preferito riuscire ad arrivare alla risoluzione dei molti misteri affrontati dai protagonisti con l’illusione di avercela fatta da sola, e invece mi sto ancora chiedendo come loro stessi abbiano potuto avere certe deduzioni.
Il mio giudizio, del tutto personale, promuove certamente la scrittura dell’autore ma non altrettanto la storia che, sebbene ricca di suspance, è un po’ troppo guidata da Carrisi con qualche forzatura di troppo. 

“Non potendola toccare come uomo, ti accontenti che la luce vada ad accarezzarla e poi torni da te, per imprimersi sulla pellicola”.

Ho apprezzato invece moltissimo la scelta di ambientare una storia in una città vera (Roma) con riferimenti a vie, edifici, palazzi storici e resti archeologici realmente esistenti, oltre che alla Roma sotterranea che in pochi hanno visitato se non attraverso i documentari che spesso la ripropongono. Come ci racconta l’autore stesso alla fine del libro, esiste davvero anche la villa patrizia in cui si sono imbattuti Sandra e Marcus nel sottosuolo romano, così come è descritta nella storia, comprensiva “dello sguardo felice dei due padroni di casa tutt’ora protetto dall’oscurità”.
Chissà, magari un Tour della Roma di Carrisi potrebbe essere una delle prossime idee per affrontare una giornata diversa dal solito… 

Alla prossima, Elena.

                                                                     

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