venerdì 26 maggio 2017

LEGGERE FA BENE ALLA SALUTE E LA MUSICA?ANCORA MEGLIO!

Leggere fa bene,beh che novità io personalmente ho sempre pensato che faccia bene sia alla nostra mente che alla nostra anima.La lettura fa crescere,culturalmente soprattutto,ma secondo me ci libera,ci permette di scoprire lati di noi stessi che non conosciamo,ci fa viaggiare per mondi,luoghi fantastici e non,trattiene la nostra fantasia,che altrimenti crescendo tendiamo a mettere da parte.Eccovi quindi un interessante studio sulla lettura e i benefici che porta.




Questo è il link del sito da dove ho preso l'articolo..
http://www.stylist.co.uk/books/unexpected-health-benefits-of-reading-fiction-books-reading-survey-stress-brain-agility


Le ricerche neurologiche hanno affrontato per anni gli effetti della lettura sul cervello, arrivando a dimostrare come leggere produca  effetti significativi sull’agilità mentale, sulla memoria, sull’attitudine all’immaginazione e all’empatia.

Migliora lo stress e combatte i disturbi del sonno
Secondo uno studio svolto nel 2009 dall’Università del Sussex, sei minuti di lettura al giorno sono sufficienti a diminuire i livelli di stress del 68%: l’attività della lettura rallenta infatti la frequenza cardiaca e allevia la tensione nei muscoli. “Perdersi in un libro avvincente aiuta a sfuggire dalle preoccupazioni e dallo stress della vita di tutti giorni – afferma il neuropsicologo David Lewis, che ha condotto lo studio – permettendo di esplorare il mondo di fantasia dell’autore. Leggere non è soltanto una distrazione, ma una stimolazione attiva dell’immaginazione: le parole sulla carta stampata sollecitano la creatività del lettore, inducendolo sostanzialmente a uno stato di coscienza alterata.”

Affina l’attività cerebrale
Uno studio pubblicato nel 2014 sulla rivista Brain Connectivity ha dimostrato come la lettura – in particolare di narrativa – sia in grado di migliorare la capacità del lettore di immedesimarsi nelle altre persone, di sviluppare empatia e di comprenderne il punto di vista. Lo studio ha rilevato come la lettura di romanzi provochi dei cambiamenti nella corteccia temporale sinistra, una zona del cervello associata alla comprensione della lingua e a un fenomeno noto come ’embodied cognition’, una funzione che permette ai neuroni di ingannarela mente, convinta di fare qualcosa che in realtà sta solo leggendo. I ricercatori hanno concluso che ‘l’atto della lettura introduce il lettore nel corpo del protagonista’. Ciò sembra aumentare l’intelligenza emotiva di una persona e la sua capacità di provare empatia. “Possiamo dire che leggere storie con forte impianto narrativo in qualche modo riconfiguri le connessioni del cervello – afferma il neurologo – Gregory S. Berns, autore dello studio. “Ciò potrebbe avere profonde implicazioni sull’istruzione, sui bambini e sul ruolo in cui la lettura potrebbe plasmare il loro cervello.”

Aiuta la memoria
Nel suo lavoro ‘What Reading Does For The Mind’, la psicologa Anne Cunningham esamina le conseguenze cognitive dell’essere un avido lettore. Secondo il suo studio, la lettura è un processo di ‘codifica’ e, una volta raggiunto un certo livello di capacità di lettura, i suoi benefici diventano reciproci. Leggere aiuta il cervello a conservare le informazioni nel corso del tempo; a sua volta il cervello migliora le sue capacità di lettura ed entrambi questi fattori portano a un aumento delle capacità cognitive. A questo si aggiungono i benefici della lettura sulla memoria: ogni volta che si legge, si crea infatti una nuova memoria. Il processo di lettura migliora nel tempo i riflessi mnemonici dell’individuo. ‘Durante la lettura, aree del cervello che si sono evolute per altre funzioni – come la visione, il linguaggio e la capacità associativa – si connettono in un circuito neurale specifico molto impegnativo – afferma Ken Pugh, direttore del centro di ricerca Haskins Laboratories, a Yale – ‘In genere, quando si legge si ha più tempo per pensare. Leggere fornisce un pulsante di pausa per incrementare comprensione e conoscenza.’

Miglio l’agilità mentale in età avanzata
Secondo una ricerca pubblicata nel 2013 sulla rivista Neurology, mantenere la mente attiva leggendo libri e scrivendo aiuta mantenere in salute il cervello in età avanzata. Uno studio condotto dal Rush University Medical Center di Chicago ha misurato la capacità mnemomica e di pensiero in oltre 200 pazienti di età superiore ai 55 anni, monitorandola ogni anno. I volontari hanno risposto a un questionario sulle loro abitudini di lettura, di scrittura, o di altre attività legate alla stimolazione mentale nel corso dell’infanzia, dell’adolescenza, dell’età adulta e tarda. Dopo la morte, i loro cervelli sono stati esaminati in cerca dei segni fisici di demenza, come lesioni cerebrali e placche.
Escluse altre variabili come l’assunzione di alcol, i ricercatori hanno rilevato che le persone che nel corso della vita avevano tenuto maggiormente impegnato il cervello avevano avuto un declino delle facoltà cerebrali più lento del 15%. ‘Sulla base di questi risultati – dice l’autore dello studio Robert S. Wilson – non dobbiamo sottovalutare gli effetti delle attività quotidiane, come la lettura e la scrittura, sui nostri figli, su noi stessi e sui nostri genitori.” I risultati possono inoltre spiegare il motivo per cui le attività di brain-stretching come la lettura sono in grado di rallentare il progredire di malattie neurodegenerative quali il morbo di Alzheimer in età avanzata.
 A voi capita mai di leggere con il sottofondo musicale,oppure di abbinare una determinata musica o canzone alla lettura che state leggendo?si ok forse sono matta ma a me capita sempre è un pò la mia piccola mania.....Quindi vediamo aggiungendo anche questo aspetto cosa succede al nostro corpo...


«L'uomo che non ha musica dentro di sé e non è commosso dall'accordo di dolci suoni, è incline ai tradimenti, agli stratagemmi e ai profitti; i moti del suo spirito sono tristi come la notte, e i suoi effetti bui come l'Erebo: non fidatevi di un uomo simile» lo scriveva William Shakespeare nel Mercante di Venezia nel 1596 circa. Lo stesso mito di Orfeo ci mostra come la musica, in grado di portarci tra i morti, abbia degli effetti quasi magici. Ma possiamo parlare di musica anche molti anni prima, quando circa 60 mila anni fa, l’uomo costruì i primi strumenti musicali: strumenti a percussione, flauti fabbricati con ossa. «La musica – secondo Jaak Panksepp, neuropsicologo studioso delle emozioni – deriva dalle grida emesse dai primi ominidi quando qualcuno si allontanava dal gruppo».
E ancora: «Nel mondo animale le grida servono a conservare il contatto tra madre e figlio e all’interno del gruppo sociale» spiega Enrico Granieri, professore ordinario di Neurologia presso l’Università degli Studi di Ferrara. «Proprio da qui arriva il significato biologico delle reazioni del sistema vegetativo suscitate dalla musica: quando il cucciolo sente la voce della madre, i suoi peli si rizzano e lo riscaldano. Si verifica una “sorta di orgasmo delle pelle”, che a livello cerebrale attiva il sistema deputato all’analisi delle emozioni e alle gratificazioni proprio come quando si prova eccitazione sessuale o si assumono droghe. Nessun altro mezzo di comunicazione è in grado di provocare reazioni emotive altrettanto forti».
La musica quindi non è solo un’attività artistica ma anche e soprattutto una forma di comunicazione eccezionale, l’unica in grado di evocare e rinforzare le emozioni. A prescindere dal tipo di musica che si ascolta o si pratica, musica e canto hanno profondi effetti su ciascuno di noi, sono in grado di raggiungere l’ascoltatore ed evocare particolari emozioni, riportare alla mente immagini e ricordi. Possono indurre sentimenti, reazioni del sistema vegetativo, variazioni del ritmo cardiaco e del respiro, ma anche motivazione al movimento. Riduce l’ansia, la depressione, il dolore, rafforza le funzioni sociali, induce modificazioni cerebrali e attiva le aree del sistema dei neuroni specchio. L'ascolto della musica colpisce una serie intricata di sistemi di elaborazione cerebrali, come quelli connessi all'elaborazione sensoriale-motorio, o implicati nella memoria, nelle emozioni o cognizioni mentali o nelle fluttuazioni dell'umore. Per questo la musica viene utilizzata anche come strumento terapeutico, o come stimolo ritmico per il movimento.
Ma capire esattamente come la musica esplichi i suoi “magici” effetti sul cervello, è ancora difficile da definire. Nonostante da tempo ormai gli scienziati stiano provando a decifrare i complessi meccanismi cerebrali che stanno dietro l’attività musicale. E lentamente qualche tassello è stato inserito nel puzzle. Di recente su Nature è stato pubblicato un lavoro che ha preso in esame gli effetti della musica sul cervello di alcuni volontari sani, in seguito all’ascolto di brani musicali selezionati tra musica classica, country, rap, rock, opera cinese, e una canzone preferita per ciascun partecipante allo studio. «Quando le persone ascoltano la musica che gli piace — spiegano gli autori del lavoro — raccontano spesso che questa evochi pensieri e ricordi personali. Capire come questo fenomeno si verifica all’interno del cervello non è però ancora chiaro».
Attraverso una sequenza di immagini ottenute con la risonanza magnetica funzionale, i ricercatori sono riusciti a ricostruire l’attività del cervello dei volontari mentre ascoltavano i diversi tipi di musica. «Con le prime analisi abbiamo cercato di identificare i cambiamenti cerebrali in base al genere di musica. Quindi abbiamo studiato come i circuiti neuronali fossero attivati in seguito all’ascolto di musica preferita (associata al pensiero introspettivo, l’emozione e la memoria), rispetto alla musica non preferita». Quello che è emerso è che, i circuiti cerebrali attivati durante l’ascolto erano gli stessi quando il volontario ascoltava un brano musicale che gli piaceva, indipendentemente dal genere e dalle caratteristiche acustiche. Inoltre i ricercatori hanno visto che l’ascolto di una canzone preferita alterava la connettività tra aree cerebrali uditive e l’ippocampo, responsabile della memoria e del consolidamento delle emozioni. «Un risultato inaspettato — continuano gli autori — dato che le preferenze musicali di ciascun individuo sono eterogenee e individuali e che la musica può variare in complessità acustica e la presenza o assenza di testi. Questi risultati spiegano perché stati emotivi e mentali analoghi possono essere sperimentati da persone che ascoltano musica molto differente, da Beethoven a Eminem».
«È un lavoro ben fatto – spiega a Linkiesta Giuliano Avanzini, professore emerito di neurologia presso la Fondazione IRRCS Istituto Neurologico Carlo Besta — che cerca di indagare quali sono i  meccanismi con cui la musica può agire sul cervello, e il network che viene attivato durante l’ascolto della musica. Il metodo usato è adeguato e consente di vedere la simultanea attivazione delle diverse aree cerebrali coinvolte. Le evidenze (non solo ottenute con la risonanza magnetica ma anche neuropsicologiche), per cui l’ascolto musicale e soprattutto la pratica musicale, possa attivare dei collegamenti nel cervello e migliorare le funzioni cerebrali (come facilitare l’apprendimento della matematica, delle lingue e così via), sono diverse e ormai condivise.

Quello che bisogna prendere con cautela in questo studio sono le implicazioni che se ne vogliono dare. Lo scopo dei ricercatori era capire quali circuiti venissero attivati nel cervello in seguito all’ascolto di musica, distinguendo tra musica che piace, non piace e neutrale, e individuane le differenze. Gli autori sostengono che questa possa essere la base per utilizzare queste informazioni a scopi terapeutici e di riabilitazione. In generale è una considerazione giusta, ma è un punto di partenza. Serviranno altri studi ancora per dimostrare che il network neuronale attivato dall’ascoltare la musica possa essere alla base per esempio di pratiche di riabilitazione».
Già oggi la musica viene usata a scopo riabilitativo, non per ridurre la disabilità specifica, compito della fisioterapia, ma per potenziare le abilità residue della persona, promuovere benessere e salute, migliorare la qualità di vita
e ridurre la percezione di dolore e disabilità. «Alcune pratiche sono basate su modelli empirici – continua Avanzini – ma si dimostrano comunque efficaci, altre hanno delle evidenze scientifiche di base. Per esempio la musica viene usata per i pazienti affetti da morbo di Parkinson, che hanno difficoltà di movimento. Durante l’ascolto musicale queste persone possono sbloccarsi completamente e addirittura mettersi a danzare. Poi finita la musica tornano purtroppo come prima. Chi fa riabilitazione afferma che ripetendo questa pratica gradualmente si ottiene un certo sblocco anche persistente (anche se, trattandosi di una malattia progressiva quello che si guadagna in questo modo poi si perde con il tempo).
La musica viene usata anche per la memoria nelle persone affette da Alzheimer e nei bambini dislessici. In questo caso ascoltare musica aiuta a leggere e scrivere meglio. In Italia c’è uno studio tuttora in corso, che ha già dato dei risultati interessanti: hanno diviso i bambini in tre gruppi, alcuni sono stati seguiti con un programma di educazione musicale, alcuni con un programma di arte visiva e l’ultimo gruppo non è stato seguito. Poi li hanno confrontati, ed è venuto fuori che sia il programma di arti visive che quello musicale portavano dei vantaggi sui bambini dislessici, perché probabilmente il solo fatto di essere impegnati in una attività creativa aiuta il cervello a lavorare meglio. Però hanno trovato che c’era una netta differenza di qualità tra quello che fa la musica e quello che fa la pratica del disegno. L’effetto della musica è molto più forte».
Interessante vero? Musica e libri ma qualche ideuccia si sta facendo largo aiutoooo e ora??....Alla prossima!Emanuela

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